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Annalisa Strada ci ha raccontato la socialità al tempo dei “social”


Sabato 18 novembre è andato in scena il primo appuntamento per il ciclo “Connessi o Isolati”, durante il quale la scrittrice e insegnante Annalisa Strada, conversando con Anna Della Moretta del Giornale di Brescia, ha parlato del tema “Ruolo femminile nei social media”.

La conferenza ha inizio parlando di figura femminile e figura umana nel mondo social:

“Credo sia molto più semplice considerare gli utenti come “persone” piuttosto che partire dalla divisione per sesso. Dobbiamo prima di tutto riappropriarci del ruolo di esseri umani, operazione affatto facile se considerato il contesto di vita/relazioni all’interno dei social media. Certo è che la donna tende ad essere più attiva sulle varie piattaforme, probabilmente in quanto maggiormente attratta dalla narrazione di sé e di ciò che viene raccontato da chi le sta intorno.”

“Troppa presenza social sembra equivalere non solo a grandi opportunità ma anche ad una crescente solitudine” fa notare la giornalista.

“Pubblicare dettagli della propria vita – riprende Annalisa Strada – non viene fatto con l’intenzione di sopperire ad una solitudine sociale: infatti mi sento di distinguere l’immagine pubblica di ognuno dai caratteri intimi e privati, così che l’aspetto social acquisisce il valore di un completamento del proprio aspetto. Sono una grande fan dei social media, in quanto offrono la possibilità di moltiplicare i contatti con chi vogliamo, nonostante la grave mancanza della componente fisica durante la comunicazione, di cui sento personalmente la mancanza. Offrono però una panoramica dell’umanità abbastanza realistica.”

Ecco quindi che la conversazione si sposta sulla facilità di mettersi in gioco nelle discussioni sui social, con l’oratrice della serata che esprime così il suo pensiero:

“Esiste una facilità estrema di risposta nel mondo social, in quanto abbiamo a nostra disposizione tempi e mezzi disparati per gestire la comunicazione come vogliamo (amicizie, like, blocchi ecc). Il dialogo faccia a faccia necessita di mettersi maggiormente in gioco proprio per il carattere d’immediatezza della comunicazione. Di fatto ci attrae la semplicità di gestione delle interazioni on-line, rispetto alla complessità del mondo reale. Questi strumenti si basano sulla comunicazione scritta, ma purtroppo non sono in molti quelli i grado di gestire la scrittura comunicando ciò che intendono realmente. Lessico e sintassi ti possono insegnare molto di una persona, in base al modo di porsi, parlare e commentare, e osservando il suo profilo si può capire se questa possiede delle competenze sociali o no.”

A questo punto Anna Della Moretta propone il tema della violenza, che a volte sembra sfociare in una doppia vittimizzazione da parte del popolo del web, spesso accusatore nei confronti di chi ha subito abusi.

“Sui social non c’è solo il peggio, ma anche il meglio: è importante raccontare esperienze negative di questo genere, così che possa essere donato coraggio alle vittime, anche solo riuscendo a farsi ascoltare. L’eco delle notizie è molto legato ai social, e spesso si assottigliano le differenze tra una fischiatina e uno stupro. Si genera così un effetto cascata dove ricade di tutto e di più; azioni diverse vengono unite sotto un denominatore comune, ma in questo modo non si evidenzia ciò che è più leggero, si depotenzia ciò che è più grave. I social media riescono a mostrarci ciò che siamo realmente; non ha senso demonizzare lo strumento quando invece è l’utilizzo di esso che è sbagliato. Manca consapevolezza di ciò che esprimiamo.”

Per chi non è nativo digitale, come rapportarsi e comunicare con i giovani? Come insegnare loro il buon uso degli strumenti?

“I giovani sui social sono come neopatentati che guidano una ferrari. Sono sicuramente più abili nell’utilizzo dei nuovi mezzi, ma devono avere anche una famiglia alle spalle che li educhi all’uso di questi, in quanto i ragazzi di oggi hanno potenzialmente in mano una miniera e un pozzo allo stesso tempo. Il genitore deve conoscere le abitudini dei figli, non per operare un controllo vigile ma per fornire le informazioni utili che possono aiutarlo a porsi nella maniera più consona a ciò che si trova di fronte.

La rete nasce per i giovani, li vuole e li esige, quindi loro sono in qualche modo vittime di tutto ciò. Ci si ritrova a parlare dell’occasione in cui essi sbagliano comportamento, ma non delle innumerevoli possibilità che gli vengono date di sbagliare. Come si sarebbe comportata la nostra generazione se messa di fronte al bombardamento mediatico presente al giorno d’oggi?

Bisogna affrontare e leggere l’esibizionismo mediatico di sé e figli come necessità di essere approvati? forma/sostanza che valore assumono nei social?

“La forma dei social è fantastica! La sostanza è meno bella, perché rappresenta ciò che siamo noi. È come guardarsi allo specchio: esso può anche essere deformato e sporco, ma ciò che riflette è essenzialmente la realtà. Il bisogno di sentirsi approvati è un segnale di solitudine, ma la solitudine non è sempre un qualcosa che ci viene imposto: può anche essere ricercata dal singolo attraverso comportamenti o espressioni sbagliati, così da diventare una nostra scelta. Questi tipi di solitudini sono solo apparentemente superabili sui social, ma non è assolutamente così.

Infine il discorso va a toccare la mancanza di contatto in carne ed ossa con l’altro, effettiva caratteristica della comunicazione odierna.

“Dovremmo reimparare a comunicare tra noi perché ci stiamo disabituando a relazionarci in modo serio e profondo con le persone presenti nella nostra vita. Siamo ormai pervasi da una sorta di ansia sociale che mette in mostra quanto in realtà si sia perso il piacere del contatto fisico, reale. Infatti il mondo nei social network assomiglia molto ad un ballo in maschera, dove realtà e fantasia si mescolano indistintamente; sono presenti sfarzo e bellezze, così come maschere e tranelli.”

Mattia Francesconi


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