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Cosa direi di don Piero se lui fosse qui ad ascoltare? L’intervento di Evaristo Bodini

Riportiamo integralmente l’intervento di Evaristo Bodini, dell’Equipe Notre Dame, in ricordo di don Piero Verzeletti.

Mi associo ai saluti e ai ringraziamenti di chi mi ha preceduto e di chi invitandomi a questo tavolo ha voluto che tra le voci chiamate a fare memoria di don Piero, vi fosse anche quella delle nostre famiglie dell’Equipe Notre Dame, a cui lui ha fatto dono della sua presenza per una dozzina d’anni, nell’ultima parte della sua vita. Per gli approfondimenti rimando ovviamente alla lettura del libro dove si trovano alcune pagine che ricostruiscono in sintesi lo spirito di quegli incontri, l’atmosfera di quelle serate nelle quali noi spesso arrivavamo impreparati e senza aver fatto i compiti, troppo affaccendati dalla vicende quotidianità familiare, mentre lui, diligente non si faceva mai trovare impreparato. Viveva ogni incontro come unico, cogliendo la peculiarità ed irripetibilità di ogni istante e condividendo con semplicità il tempo, le preoccupazioni e le gioie delle nostre coppie.

Anche quest’esperienza con le nostre coppie si inquadra in una cornice articolata della vicenda esistenziale di don Piero, che aiuta a rivelare una personalità certamente poliedrica nelle diverse sfaccettature dei campi in cui ha operato, degli interessi che ha coltivato, delle azioni che ha messo in atto nel corso della sua vita, ma nello stesso tempo altrettanto unitaria nei fini del suo agire e del suo pensare, graniticamente ancorata alla concretezza e ruvidità della terra, quella per intenderci che sta in basso, sotto i piedi, che ti fa piegare la schiena e rimboccare le maniche se la vuoi accarezzare, che ti sporca le mani se la tocchi, che ti lascia i lividi quando la lavori, che ti fa sudare, soffrire e qualche volta anche gioire: questo attaccamento alla terrà credo sia uno  dei tratti distintivi della sua esistenza, che mi porta a dire che don Piero quando incontrava qualcuno lo incrociava a partire dai piedi, dalla finitezza delle sue fragilità umane, a partire dalle sue rovinose cadute a terra. Poi, con pazienza e senza giudicare, una volta sedutosi accanto, con il silenzio della sua parola e l’ascolto accogliente dell’altro, si metteva dalla sua parte: la mitezza, la capacità di ascoltare, la pazienza nell’attesa del “tempo propizio” del riscatto umano che spesso non conosceva ma di cui era certo sarebbe stato accordato a chiunque, in particolare agli ultimi, lo portava pian piano a stringergli le mani, fino all’abbraccio caloroso e all’incrocio degli sguardi.

Ai suoi occhi i volti che incontrava non erano mai fantasmi o teatranti incolori, meno che meno maschere recitanti: al contrario erano uomini e donne spesso finiti ai margini della società che tendevano a sottrarsi agli sguardi e ai giudizi degli altri, perché fragili e consapevolmente chiusi nel circolo vizioso della propria lucida schiavitù o in quella in cui inconsapevolmente erano finiti.

Pensando a cosa dire di sensato e non banale in questo incontro mi sono chiesto: cosa direi di don Piero se lui fosse qui ad ascoltare? Sicuramente non potrei fare un panegirico agiografico perché rischierei una sonora parolaccia per non dire di peggio. Allora mi sono detto perché non parlare dei suoi difetti: sarebbe stato contento e ci avrebbe pure riso sopra.Ne aveva tanti. Come tutti noi del resto!!!!

Ho voluto soffermarmi così su tre difetti, i primi due in realtà possono essere letti anche come il rovescio di grandi pregi, il terzo più che un difetto è una debolezza tollerabile, che fa un po’ sorridere.

Il primo:don Piero era tremendamente attaccato all’uomo, spesso anche contro e a dispetto di ogni evidenza (la metafora del Calabrone che vola a dispetto delle leggi della fisica insegna). Ma attenzione non si trattava di una fiducia illusoria o di una ingenua bontà spontaneistica che romanticamente cancella ciò che di brutto e negativo vi è nell’altro per esaltarne gli sprazzi di bontà, gioia e bellezza che pure vi sono. No. Al contrario lui conosceva benissimo le fragilità della vita, le marginalità e la disperazione in cui spesso si trovano, isolati, coloro che popolano come fantasmi i confini della società. Noi di solito, molto realisticamente, quando ci sforziamo di fare “il bene” una volta messa a posto la coscienza, una volta che ci siamo detti: “io ho fatto la mia parte”, se poi le cose non cambiano, alla fine ce ne facciamo una ragione. “Non è certo demerito nostro” –ci consoliamo-  ma realisticamente l’ampiezza e la vastità del male o del problema ci fanno propendere per la desistenza.

Don Piero, invece, non desisteva mai: per usare uno slogan che lui ripeteva spesso, anche a noi come famiglie, quando troppo spesso ci trovavamo a lamentarci dei nostri figli, oppure del coniuge, diceva: “non mollare mai”. Troppo facile incontrare gli uomini e le donne che avremmo voluto vedere ed incontrare o i figli che immaginavamo di avere, troppo facile rincorrere i sogni di una realtà che esiste solo nella nostra fantasia, troppo semplice aspettare che sia il tempo “a darci la giusta parte di soddisfazioni che ci spettano”. Al contrario don Piero non rincorreva o cercava negli altri una sua gratificazione: cercava solo l’altro, così com’era. Niente di più. Ecco perché la sensazione che ti portavi via ad ogni incontro era quella di essere stato tremendamente accolto, di aver vissuto un incontro, di aver condiviso il tempo, con le sue sofferenze ma anche le sue speranze. Incontri che non erano mai banali, anche quando le parole dette, le battute fatte, le risate condivise o le partite giocate a carte potevano sembrare banali, frivole, poca cosa rispetto al resto. Invece era proprio quel che per noi era “il resto”, marginale rispetto alle cose che contano, che con Don Piero diventavano sostanza. Perché questo tremendo attaccamento all’uomo, mi domando?Perché credo, fosse l’unico modo che don Piero aveva per incontrare veramente Dio, il Dio di Gesù Cristo.

Un secondo difetto, almeno per chi come il sottoscritto non disdegna “discutere” e dibattere di politica, di cultura, di società e soprattutto di religione, è che non aveva mai una “soluzione” certa e ragionata da prospettarti. Soprattutto quando inevitabilmente si finiva per parlare dei massimi sistemi, del senso della vita, delle risposte della religione, delle certezze incrollabili della fede, dei fondamenti dei dogmi cristiani, lui inesorabilmente finiva per riportarti nel baratro del dubbio. Ma non perché amasse o godesse particolarmente provocare o scrollare di dosso le falsità del “ben pensare”, ma perché sapeva che dietro alle “speculazioni” dotte vi era il rischio di dipingere una realtà che non esisteva se non nella nostra mente, nei nostri desideri. Quando si amano queste “risposte” speculative e ci si attacca alla consolazione che sanno dare, frutto spesso del nostro pensare, non facciamo altro che amare noi stessi, compiacerci dei nostri risultati, alimentare non l’incontro con l’altro ma semplicemente con noi stessi. Il Dio biblico è il diverso da me, il totalmente altro per eccellenza, lo straniero, l’indecifrabile, l’imprevedibile, ma allo stesso tempo il vicino, il viandante, il rifiutato e l’emarginato, quanto di più umano ci sia.  Quale certezza accompagna la vita se non il dover fare i conti ogni giorno con il dubbio, la precarietà, una fede che si alimenta di una speranza che non è mai paga, e che ingloba nella misericordia, anche ciò che noi vorremmo allontanare.

Eppure don Piero non era un pragmatico senza cultura o senza raffinatezza artistica, soprattutto musicale. Amava leggere e studiava moltissimo, era curioso, mai pago di quanto apprendeva, con una predilezione per chi sapeva interpretare la realtà con senso profetico, e lungimirante. Soprattutto amava “tematizzare” con criticità le false certezze, fossero quelle sociali, politiche o anche religiose. Anche i libri che ogni anno ci proponeva per la riflessione negli incontri di coppia, avevano sempre qualcosa di provocatorio: “Idee eretiche” di Roberto Mancini, “Elogio dell’Amore imperfetto” della teologa protestante Lidia Maggi, o altri libri di Enzo Bianchi o del Cardinal Carlo Maria Martini. Era sempre in ricerca, con un itinerario però ben preciso e lineare: partiva dall’unico volto che conosceva, ovvero quello dell’uomo spesso sfigurato e finiva con la domanda di Cristo sulla croce: dove sei o Dio? Non aveva grandi risposte ma solo la ricerca continua del volto di Gesù Cristo, incrociato negli sguardi delle persone che incontrava, e come sacerdote celebrato nel mistero eucaristico quotidiano.

Infine, e mi avvio a conclusione, ricordando, non senza un po’ di ironia,  la sua debolezza, almeno per quanto mi riguarda. Era purtroppo Juventino, oltre che tifoso del Brescia, e non accettava di perdere a briscolone. Almeno con noi. C’era solo Gottardo che qualche volta riusciva a tenergli testa, ma per noi comuni mortali, giocare a carte contro di lui era una battaglia persa in partenza.

Concludendo noi coppie dell’equipe Notre Dame possiamo dire di aver avuto un grande privilegio: abbiamo vissuto e goduto don Piero  nell’intimità delle nostre case e delle nostre famiglie, quando  a turno, in preparazione degli incontri, ci faceva visita per preparare insieme la scaletta e la traccia dell’incontro di preghiera e di riflessione. Infine cenava con noi. Entrava in punta di piedi, quasi senza farsi accorgere, eppure portava una ventata di serenità. Nessun formalismo, nessuna cerimonia, con molta semplicità e naturalezza, come con chi hai familiarità e conosci da sempre, condivideva quei brevi istanti: che erano sempre istanti veri, autentici: magari arrivava e avevi appena finito di litigare con i figli o con il coniuge.

Lui aveva già preparato tutto, perché per lui l’incontro, qualsiasi incontro, non era mai casuale e quindi andava adeguatamente preparato. Ma viste le circostanze metteva da parte ciò che aveva preparato e si metteva pazientemente in ascolto dei nostri problemi,  si faceva carico delle nostre ansie e preoccupazioni, con la consapevolezza che oggettivamente erano ben poca cosa rispetto ai drammi a cui purtroppo assisteva tutti i giorni, ma con la disponibilità a lasciarsi coinvolgere da quell’istanza del “qui ed ora” rappresentato dalle relazioni che in quel momento costituivano l’istante straordinario di un momento irripetibile ed unico. Tanto che anche per i nostri figli, quegli incontri, seppur fugaci, non sono rimasti insignificanti. A loro dedicava un pensiero, il testo di una canzone, un’immagine eloquente, segno di chi sa empaticamente mettersi nella stessa lunghezza d’onda, seppure grande fosse la differenza d’età.  Una predilezione l’aveva per il piccolo Michael  con cui giocava a mettere e togliere il suo cappello.

Se mi è concesso in conclusione una piccola nota autobiografica, vorrei ricordare come purtroppo ho vissuto i giorni del suo congedo, per usare il termine che ricorre anche nel libro ricordando la sua morte. Ero in un letto d’ospedale, ricoverato per un intervento al cuore, quando sono stato raggiunto da un messaggio S.M.S. dell’amico Umberto, che poi era stato anche l’artefice provvidenziale dell’incontro del nostro gruppo di Equipe con don Piero, nel quale mi comunicava la triste notizia della morte di don Piero. Non ho potuto fare altro che pregare, pregare molto e ringraziare Dio, anche per conto di tutte le nostre famiglie, per quel pezzo di strada che abbiamo potuto percorre insieme.

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