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Futuri possibili, futuri probabili: Pellegrino spiega la differenza

Quasi un’ovazione, quella che ha salutato la chiusura del secondo Incontro di Pensiero del 2018: due ore in cui non si è sentita volare la proverbiale mosca, tutto il pubblico rapito ad ascoltare Vincenza Pellegrino intervistata da Enrico Mirani del Giornale di Brescia. Una relatrice calda e coinvolgente che ha offerto una prospettiva inconsueta per leggere la crisi di senso e il futuro, temi della serata.

Pellegrino non nega l’esistenza della crisi, nata dal frantumarsi degli “ismi” novecenteschi, che ha  cancellato la speranza in un mondo sempre migliore, nell’abbondanza infinita, nel trionfo della razionalità e della scienza. Il progresso, sottolinea, è estrazionista nei confronti delle risorse, che invece sono finite per natura. Nell’immaginario occidentale non esiste più il “meglio” a cui tendere.

Allora, a cosa dovremmo educare i giovani? si/le chiede Mirani.

Ed è qui che Pellegrino ci cattura: la nozione di futuro che ci presenta è affascinante proprio perché diversa da ciò che noi novecenteschi possiamo immaginare. Noi dobbiamo ancora elaborare il lutto per i futuri sperati che non si sono realizzati, mentre tra i giovani c’è tanta propensione utopica – che non vediamo perché ha cambiato le proprie forme (e noi le definiamo “ingenue”).

I giovani si arrabbiano e protestano, contrariamente a ciò che ci sembra: ma lo fanno attraverso il rifiuto della competizione, della performance, del concetto di misurabilità del senso attraverso la ragione.

La buona notizia è che il loro “non voglio più” si sta accompagnando ad un “perchè invece vorrei…” che identifica come proprio obiettivo la soddisfazione a nuovi bisogni ancorati nel presente: piccole pratiche di condivisione, cura del verde, vicinanza agli animali… Utopie minimaliste? Forse. La sensazione è che vogliano rallentare la vita, che a loro non offre più il magnifico futuro delle generazioni precedenti.

Anche ridiscutere le basi del prestigio sociale, rinegoziare il lavoro e declinare nuovamente il rapporto tra stato e mercato rappresenta quella forza ideativa che sta cercando un nuovo universo di senso: che non è più rappresentato solo dal salario ma include tempo, cultura, cura.

I ragazzi si muovono nell’orizzonte del possibile, non del probabile – che è invece il terreno dell’amministrare, è semplicemente una continuazione del presente proiettata in avanti; continuare a proporre il probabile porta all’esplosione di chi vuole altro, di chi non si riconosce nel senso attuale perché ci sta male.

Pellegrino sa bene di cosa parla, le sue non sono mere affermazioni accademiche (benchè insegni all’Università di Parma): nascono dal suo impegno con i giovani nei “Future Lab” che riscrivono i Piani di Zona di Ferrara. Si tratta di un metodo promosso dalla Regione Emilia Romagna per innovare le politiche pubbliche e agire processi partecipativi innovativi: come sottolinea Pellegrino, il futuro della democrazia e della politica, il confronto tra i possibili e i probabili, passa anche dalla modifica dei processi e dei linguaggi.

Il pubblico che interviene lo fa con domande intelligenti, mirate, partecipi; si potrebbero aprire altri approfondimenti ma non c’è più tempo, ci dovremo tenere il desiderio di continuare il dialogo.

Queste poche righe riassuntive non rendono giustizia agli spunti di riflessione e di speranza che Vincenza Pellegrino ha generosamente offerto al pubblico; il consiglio è ascoltarla nella registrazione dell’intervento che, oltre a restituirne il linguaggio e il calore, illumina i nuovi orizzonti di senso, anche politico, di cui abbiamo avuto un assaggio.

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