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La comunità che si reinventa

Restare distanti ma vicini, come recitano gli slogan di questo periodo,  non è certo semplice quando si vive in una comunità.

Anche ai Campianelli, nella sede della Comunità Terapeutica, si rispetta scrupolosamente la distanza interpersonale prevista dalle misure sanitarie: con quali risvolti, sia sulla vita quotidiana delle persone sia sul percorso terapeutico, ce lo racconta Silvana Crescini, responsabile dell’Equipe Operatori.

Per i pasti, ad esempio, si sono dovuti organizzare i doppi turni: i 17 ospiti sono stati divisi in due gruppi che occupano alternativamente la sala da pranzo; per gli addetti alla cucina questo significa raddoppiare il tempo di lavoro, e anche gli utenti vedono dilatato il tempo dedicato alla semplice attività dei pasti.

D’altra parte, ragiona Silvana, il tempo è una risorsa che adesso abbonda, ad essere stata sconvolta è la routine quotidiana.

Gli operatori hanno dovuto fare uno sforzo di riorganizzazione: non si può più andare al laboratorio per l’ergoterapia, e in compenso si è dato inizio alla sistemazione dello spazio esterno che accoglie le attività dei campi estivi Naturando: quando arriveranno i bambini, troveranno la nuova palizzata e uno spazio per giocare a pallone provvisto di porta; anche la fontanina e lo stagno sono stati spostati e la terrazza è più grande.

Nei giorni di bel tempo, anche gli ospiti approfittano dello spazio esterno per un po’ di attività all’aria aperta: la distanza dalle altre costruzioni dei dintorni, in questo caso, offre il privilegio di uscire di casa e di potersi  sgranchire le gambe.

Anche i gruppi di dialogo con la presenza dell’operatore sono garantiti, hanno solo cambiato sede: adesso si svolgono nel salone, che consente il distanziamento fisico, e sono organizzati a piccolissimi gruppi di 4 persone.

La sera, qualcuno guarda la TV, qualcuno preferisce un film in streaming, altri leggono: anzi, sottolinea contenta Silvana, hanno scoperto la lettura proprio da quando vivono in comunità.

E tuttavia, il lavoro manuale e lo sfogo sportivo non sono sufficienti: gli ospiti sono preoccupati per i parenti a casa, per i figli che in questo periodo non possono vedere.

E’ molto importante offrire loro occasioni per esplicitare l’ansia, la paura, le emozioni: e come nel resto d’Italia, anche ai Campianelli si usa la tecnologia (Skype, in questo caso) per continuare a garantire il supporto individuale, sia dello psicologico che del sessuologo.

E se si sentono più ansiosi, non possono calmarsi fumando più del solito: ognuno ha a disposizione lo stesso quantitativo di sigarette del periodo precedente.

Nessuno di loro ha manifestato sintomi di contagio e, paradossalmente, la vita isolata che già facevano li garantisce e li protegge più che altri.

Quando tutto finirà si potrà ricominciare il percorso di avvicinamento alle manifestazioni culturali offerte dalla città: nei mesi scorsi gli ospiti avevano frequentato qualche dibattito, qualche serata teatrale, alcuni concerti, tante occasioni di confronto con altre persone, altre visioni della vita, altre opportunità di crescita.

E gli operatori, come vivono questo momento?

Come gli operatori stanno vivendo questo momento?Ecco la riflessione di un’operatrice, che ringraziamo per averla condivisa con noi.

Rispondere a questa domanda mi costa fatica, dice Beatrice Biolchi,  perché mi impone di fermarmi e chiedermi come sto, come vivo il cambiamento di queste settimane.In comunità in questo momento sembra di essere in un tempo sospeso: ciò che si vive fuori,  dentro è percepito in modo diverso, si crea distanza e allo stesso tempo vicinanza con i ragazzi.

La mia percezione  è che loro, alcuni di loro, ci osservino con attenzione, con cura.

Colgono nei nostri sguardi la preoccupazione per ciò che accade fuori, la colgono nei nostri gesti, nella distanza fisica, nella mascherina che gli impedisce, nei colloqui, di percepire alcune sfumature delle nostre espressioni. Ci osservano per capire meglio.

Allo stesso tempo però la vita va avanti, il percorso non si ferma, i loro dubbi, le fatiche tipiche di chi affronta finalmente la propria storia di dipendenza, la voglia di riscatto…tutto continua come sempre, nonostante il mondo fuori.

Ecco quindi che io, nel mio ruolo di operatrice, mi sento sospesa. Da un lato c’è questo mondo ammalato, preoccupante, a volte spaventoso; dall’altro c’è la vita in comunità, che in qualche modo pretende che tutto continui, che ci siano risposte, che si sappia cosa fare…

Conciliare i due mondi a volte è stancante, stressante, vorresti poterti dedicare solo all’uno o all’altro escludendo, per un momento, le preoccupazioni di almeno uno dei due. Ma non si può, non sarebbe giusto.

Quindi esco di casa, entro in comunità, e sorrido anche dietro la mascherina: prima o poi un po’ di sereno arriverà!

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