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La solidarietà: cosa ne pensano Don Gino Rigoldi e Nunzia Vallini


Il primo appuntamento per il ciclo “ Incontri di Pensiero” 2016 ha visto  protagonista Don Gino Rigoldi, presidente dell’associazione Comunità Nuova e Cappellano dell’Istituto penale Beccaria di Milano, il quale ha conversato con Nunzia Vallini, direttore del Giornale di Brescia, riguardo al tema “La solidarietà è senza confini” in rapporto al filo conduttore di questi incontri: Restare Umani.

La sala dell’Auditorium Capretti è piena, la platea dei numerosi intervenuti attende curiosa l’inizio della conversazione.

Don Rigoldi, come suo solito, spazia tra gli argomenti, racconta esperienze, riflette a voce alta, lancia provocazioni: Vallini non ha compito facile e tuttavia riesce a incanalare il fiume in piena delle parole dell’oratore.

Lo sollecita con una prima domanda: Cosa significa per te Restare Umani?

“Per avere coscienza del significato di essere umani bisogna avere consapevolezza di sè attraverso la varie situazioni della vita – spiega Don Gino –  e qui risultano fondamentali le relazioni, in quanto noi diventiamo grandi in base alle persone che incontriamo. L’educazione odierna è orientata sul raggiungimento del proprio successo; dobbiamo invece iniziare a guardare gli altri come una possibilità di unione e aiuto reciproco, perché non possiamo cambiare il mondo singolarmente.”

“Cosa si può fare a livello istituzionale da parte di stato e chiesa?” chiede Vallini.

“Bisogna agire, rischiare un po’ – certo con pazienza e buon senso – e le possibilità diventano tante” spiega Rigoldi.  Porta ad esempio l’esperienza di housing sociale realizzata a Milano mettendo in rete tante realtà (tra cui Fondazione Cariplo, Aler ecc.): case fatiscenti che sono state ristrutturate e affittate a prezzo equo,  chiedendo ai locatari di “fare cortile” tra loro – cioè costruire relazioni e solidarietà.  Gli effetti positivi sono stati immediati seppur limitati nei numeri; ma non bisogna fermarsi qui!

Fare politica, intesa come gestione, vuol dire anche occuparsi degli ultimi attraverso una solidarietà creativa. In questo senso ci vuole tanta politica e meno beneficenza. Siamo troppo narcisisti e questo ci ha fatto perdere le competenze nella lettura e nella comprensione dei bisogni.

Vallini insiste: per trasformare il nostro approccio, cosa possiamo fare? Cosa manca?

Siamo troppo soli e individualisti – risponde Rigoldi – dobbiamo avere in mente che anche il minimo sforzo può migliorare la situazione: questo purché non si pensi di trattare “casi”, ma vite reali, e avere consapevolezza del loro valore è fondamentale per cambiare il mondo.

Vallini: Bisogna quindi fare massa critica e un salto di livello: in concreto?

Mettiamoci a inventare politiche di normalità, precisa Rigoldi, perché per poter dare gli strumenti a tutti dobbiamo capire quanto le persone cambiano in base al contesto che frequentano. Ad esempio dobbiamo comprendere l’importanza di unire gli ultimi con i “penultimi”, perché anche di questi ci si deve occupare. Organizzando infatti un contesto comune improntato sulla normalità, il clima di condivisione favorisce uno star bene reciproco e l’espressione della propria umanità.

A questo punto Nunzia Vallini propone il tema dell’educazione al “restare umani” rivolta non soltanto ai giovani ma anche ad adulti e anziani, e Don Gino spiega come ciò parta dalla valorizzazione dell’individuo e della relazione con esso, dall’importanza che l’altro ricopre per noi. “Quella del volersi bene – spiega – è un’arte da imparare,  tutti noi siamo in qualche modo “malati” nell’affetto.  La mancata valorizzazione delle persone ci porta a focalizzare l’attenzione sui difetti, tralasciando invece i valori.

Infine la riflessione si trova a toccare il tema dell’immigrazione con il suo portato di paura del diverso, che spesso può scaturire dal sentirsi soli e senza protezione.

“Per amarne molti bisogna cominciare con l’amarne pochi, – avverte Don Gino – e ricordare che chi è circondato da affetto è anche maggiormente portato al confronto e all’azione. Al contrario, la solitudine diventa una debolezza che  espone a tutte le paure e le incertezze intorno a sé.  È una pessima compagnia che fa apparire nemico anche chi non lo è”.

L’incontro si protrae per un paio d’ore, il pubblico ascolta con attenzione e con partecipazione e alla fine saluta don Rigoldi con un lungo applauso.

Fuori dall’Auditorium, ogni partecipante riceve una piantina fiorita – per ricordare che questi incontri sono parte dei festeggiamenti per il trentacinquesimo compleanno del Calabrone.


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