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Piero Zanelli ricorda il “suo” don Piero

Piero Zanelli, che è stato Presidente del Calabrone per quasi 3 lustri, è tra coloro che meglio hanno conosciuto don Piero sia nella quotidianità sia nelle scelte importanti.

Ce ne regala un ricordo serio e commosso ma anche divertito.

Oggi lui starà scalciando, non gli è mai piaciuto mettersi in mostra o che parlassero di lui.  Ricordo che, qualche mese prima del suo saluto, gli avevo detto: ci sarà anche la fase in cui dovremo parlare di te, prima  o poi … fatti bello che facciamo qualche foto. Lui rideva ma nello stesso tempo borbottava “fi mia i stupicc!!!” (non fate gli stupidi, niente commemorazioni).

Don Piero ha saputo stare nel suo ruolo,  come fondatore, come presidente e  come psicoterapeuta; non è mai stato un padre padrone, con i ragazzi  era capace di creare il giusto legame, mantenendo il suo posto e il suo ruolo. E l’ha mantenuto anche con gli operatori del Calabrone: accogliendo, accompagnando, a volte provocando , ma sempre con attenzione.

L’attenzione che poneva ai ragazzi era particolare, quasi una sorta di accordo non scritto:  loro la percepivano, la sentivano su di sé anche se lui non la dava a vedere.

Sapeva ridere di se’: vi confesso che negli ultimi 2  anni di vita, che hanno coinciso con la sua malattia, abbiamo riso molto.

Qualche aneddoto: una volta lo abbiamo nominato vescovo,  vescovo del polo abitativo di viale Duca degli Abruzzi; in occasione di un compleanno gli abbiamo organizzato una festa a sorpresa con vari amici, fingendo di dover partecipare a una chiacchierata tra il teologico e il filosofico senza alcuna interpretazione psicologica – e lui non capiva e ripeteva “set dre a dì cosa? che roba l’è?” (ma cosa stai dicendo? che cos’è?)

Non era molto paziente: ricordo che anni fa,  dopo un paio di sere consecutive in cui erano uscite delle discussioni a cena con gli ospiti della comunità, io cercavo di mediare, di portarli a riflettere… e lui mi disse “che pazienza che hai! io non ho quella pazienza che hai tu”.  Io ribattevo che si trattava di pazienze diverse, la sua era più intima – ma lui non se ne accorgeva! Non aveva un carattere facile, a volte era un po’ orso – ma il suo non verbale era bellissimo: ricordiamo tutti le sue smorfie , le sue facce, le sue espressioni, di gioia e stupore ma anche di fastidio o di noia.

Era una persona che sapeva ascoltare e accogliere, penso che una delle sue doti più forti fosse proprio saper ascoltare. “Ascoltare senza giudicare”  è un proposito che ho condiviso con lui e che abbiamo inserito nella “borsa degli attrezzi” del Calabrone; e un altro principio che ci ha insegnato è “non lasciare al caso” né tantomeno accontentarsi della superficie delle cose.

Insisteva su alcuni concetti:  è indispensabile che la persona sia protagonista assoluta del proprio cambiamento; essere liberi e sentirsi liberi; fare pezzi di strada insieme – ci invitava ad essere educatori al fianco, ci invitavamo a vicenda a tenere viva l’attenzione su questi  principi. A questo proposito, vi segnalo un bellissimo passaggio a pag. 120-121 in cui viene richiamato il dono di sé l’amore come liberazione.

In casa sua c’era pieno di libri e di cd.  Amava la musica classica, ma gli piaceva ascoltare anche Sting e  alcuni cantautori italiani; di questi usava a volte i testi e li inseriva nei messaggi o nelle riflessioni che proponeva ai ragazzi.

E leggeva, leggeva, oltre ai libri anche riviste – di psicologia, sociologia, teologia, temi sociali..- e nel suo disordine e sulla sua scrivania c’era sempre il vangelo e il libro dei salmi. Sì perché ripeteva spesso che in una mano bisogna avere il vangelo e nell’altra il giornale, per dire che il primo va attuato nell’oggi, declinato sui problemi contemporanei.

E infatti era sempre attento ai nuovi fenomeni, per cercare di capire la realtà, per  sintonizzarsi con quanto accadeva – e anche questa è una sua caratteristica; ed è  stato lungimirante, prova ne siano la Comunità del reinserimento, l’associazione Amici del Calabrone, gli Incontri di Pensiero, tutte iniziative nate anni fa dal suo pensiero.

Abbiamo pensato che il modo migliore di ricordarlo sia utilizzare la sua casa: nell’appartamento  in cui viveva, di proprietà della cooperativa, abbiamo deciso di creare uno spazio in cui continuare a tenere vivi i suoi tre caposaldi: accogliere, ascoltare e pensare.

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