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“Vale un calabrone”: cronaca di una prima volta allo Scambio con Stile

Un calabrone. Un cerchietto di carta con l’indicazione ”Vale un calabrone”  non poteva che essere la moneta di scambio di un pomeriggio di baratto. Un soldo di carta con un’immagine quasi infantile che ti catapulta nei ricordi di bambino, quando al bordo della strada, fuori dalla porta di casa, sul selciato del cortile, barattavi qualche biglia, un Topolino, una macchinina sgangherata e una bambolina senza un braccio.

Siamo in un cortile dai lati spigolosi, dove tra musica, fiori e palloncini, vieni travolto da una incontenibile voglia di socializzare, di incontrare, di barattare e confrontare idee e storie.

E’ il giorno del baratto, il baratto “con stile”. Dovrei parlarvi di quante belle persone, giovani – tantissimi – bambini e mamme si affollano intorno alle bancarelle improvvisate di vestiti, giocattoli e libri usati, ma sarebbe riduttivo.

In questa atmosfera mi sento come una spugna e non riesco a trattenermi dall’importunare chi mi capiti a tiro. La prima domanda è inevitabile: perché con stile? “Perché noi pensiamo di avere uno stile”, dicono.  Quale stile ? “Quello del Calabrone”.

Sandra si rivela la memoria storica di questa giornata: vengo catapultata nel ricordo di don Piero che guarda, dalla sua finestra sopra il cortile, la prima edizione di questa iniziativa; mi racconta di come lui non avrebbe mai definito l’agire di questa Cooperativa sociale solo una sorta di solidarietà – parola che pare gli suonasse stonata – ma più centralità della persona, dei suoi bisogni, dove dar dignità alle persone sembra essere il filo conduttore di tutto. Parliamo di comprensione e condivisione che a mio avviso qui si traduce non solo con risoluzione ai bisogni primari, ma con condivisione di speranze e aspettative di vita di quanti nella Cooperativa trovano un punto di riferimento.

Questo è il motivo del lavoro sui giovani ed il loro futuro: la prospettiva di dar loro un’opportunità di crescita ed inserimento nella collettività.

Ne emerge che intorno a questo cortile, trasformato per l’occasione in piazzetta e luogo di scambio di magliette, felpe e jeans, si ritrova il senso dell’appartenere ad una comunità. Così le realtà sociali che si affacciano sul cortile intersecano l’ordinarietà della gente del quartiere o lo spirito curioso di giovani universitari di Casa Baobab attratti dalla positività della proposta.

Ed ecco che è inevitabile quella interazione sociale che scaturisce anche da un semplice scambio di opinione, che va dalla ricerca della taglia giusta per il giovanissimo ragazzo africano alla spiegazione dell’assenza del suo coetaneo, impegnato quel pomeriggio nella ciclofficina.

Fausta racconta il progetto di sostegno alle famiglie attraverso la distribuzione di beni di prima necessità, e mentre cerco di rendermi utile ritirando una maglietta all’improbabile cassa, Gessica mi spiega la complessità del progetto per gli ultimi che ha sede nei pressi del quartiere Carmine.

Una lunga chiacchierata con Alessandro circa quel “retropensiero” che anima da sempre tutte le iniziative della Cooperativa mi darà poi, alla fine della giornata, la spiegazione del concetto di “Stile”, quel “Pensiero”, quel riflettere prima di agire che può fare la differenza. Quello “stile pensato”, al costo di un calabrone.

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